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    Mal di schiena

    La dorsopatia, termine scientifico per denominare il più comune “mal di schiena”, è una sensazione dolorosa avvertita al dorso che può provenire da muscoli, nervi, ossa, superfici articolari o altre strutture della colonna vertebrale.

    È un’affezione che colpisce oltre quindici milioni di persone in Italia e rappresenta la prima causa di assenteismo dal lavoro e la seconda causa di invalidità permanente. Tende a colpire maggiormente la fascia di età compresa tra i 40 e i 75 anni.

    In relazione al tratto di colonna interessato si possono distinguere tre entità cliniche:

    • Cervicalgia (quando è interessato il tratto cervicale): conosciuta volgarmente come “torcicollo” si manifesta con un dolore improvviso e molto forte, localizzato alla nuca tale da limitare movimenti del capo verso destra o sinistra e nelle manifestazioni più violente è accompagnata da nausea, vertigini, acufeni, agitazione, e confusione mentale.
    • Dorsalgia (quando è interessato il tratto dorsale): poco frequente
    • Lombalgia (quando è interessato il tratto lombare)

    Il distretto della colonna maggiormente interessato è quello lombare, tanto da interessare, secondo diverse ricerche internazionali, nel corso di un anno, circa 7 persone su 10 che manifestano episodi isolati di lombalgia, mentre tra il 30 e il 40% degli adulti soffre di crisi tanto intense da indurli ad assumere farmaci o a chiedere sospensioni dal lavoro.

    Nei Paesi maggiormente industrializzati il mal di schiena ha un ingente impatto economico sia in termini di costi diretti sia per la perdita di produttività causata da assenze per malattia, cure necessarie, ma anche da eventuali cambiamenti di mansione che si possono determinare, fino alle condizioni di invalidità permanente, nei casi più gravi.

    È stato inoltre dimostrato che le persone con dolore persistente sono più soggette a depressione e ad ansia rispetto alla popolazione generale.

    La lombalgia si può classificare in base alla durata in acuta (quando il dolore ha una durata inferiore alle 6 settimane), sub-cronica (quando il dolore dura dalle 6 alle 12 settimane) e cronica (quando il dolore supera le 12 settimane di durata).

    Eziologia

    Le cause del mal di schiena sono varie e possono essere o meno ricondotte a patologie specifiche.

    In particolare tra le patologie che più frequentemente determinano mal di schiena vi sono:

    • Artrosi
    • Scoliosi
    • Malattie reumatologiche (in particolare la spondilite anchilosante)
    • Fratture da osteoporosi
    • Stenosi spinale
    • Dismetrie degli arti inferiori
    • Tumori ossei

    Qualora, invece, non siano evidenti patologie specifiche, l’origine del mal di schiena può essere ricondotta a problematiche principali:

    1. Meccanico/funzionale: La sintomatologia è causata dal disco intersomatico, protruso od erniato, che comprime la radice nervosa che origina dal midollo spinale. L’ernia discale può essere contenuta, protrusa o espulsa. Nel primo caso, si è verificato solo un iniziale cedimento dei legamenti; nel secondo, i legamenti sono danneggiati ma il disco non è uscito dalla sede; nel terzo, il disco non è più inserito fra le due vertebre. L’ernia discale si verifica prevalentemente a livello lombare e si ripercuote sui nervi che partono da quella zona della colonna, come il nervo sciatico.
    2. Posturale: causato da abitudini, comportamenti e posizioni scorrette sia in ambito lavorativo che nelle attività quotidiane.
    3. Psicologico: probabilmente legato ad agenti stressanti di tipo psico-sociale.

    Clinica

    Il dolore si sviluppa in genere durante e dopo i movimenti di sollevamento, torsione o flessione anteriore del tronco e può essere localizzato in un solo punto o irradiarsi. Esso può o meno peggiorare con determinati movimenti, come sollevare una gamba o assumere particolari posizioni, come sedersi o stare in piedi.

    Quando il dolore è irradiato lungo le gambe si definisce “sciatica” e si manifesta con intenso dolore lungo la superficie posteriore della coscia e postero-laterale della gamba.

    Diagnosi

    Nella maggior parte dei casi di mal di schiena di durata breve, ovvero meno di 6 settimane, non si richiedono accertamenti diagnostici ma si inizia direttamente un trattamento empirico con anti-infiammatori.

    Se il mal di schiena dura più di sei settimane, invece, si possono prescrivere esami diagnostici e di laboratorio.

    Per quanto riguarda le tecniche radiologiche l’iter diagnostico si avvale di:

    • RX: è la metodica di prima istanza che fornisce una rapida, seppur parziale, valutazione delle curvature della colonna, della stabilità dei somi vertebrali e della morfologia dei corpi, delle linee spino-laminari e della distanza interspinosa.
    • TC: ha un potere diagnostico maggiore rispetto all’RX e riesce ad individuare alterazioni anche minute dei somi vertebrali oltre a valutare l’eventuale presenza di parti di fratture che protrudono nel canale midollare con effetti compressivi sul midollo, sulle radici o obliterazione dei forami di congiunzione.
    • RMN: è l’esame gold standard per la maggior parte delle cause di mal di schiena grazie alla possibilità di valutare sia le strutture ossee della colonna (seppur con una minore precisione rispetto alla TC) sia le strutture muscolari, capsulo-legamentose e il midollo spinale. È inoltre l’esame di maggiore utilità per la programmazione di eventuali trattamenti di patologie come ernie e crolli verterbali.

    Altre metodiche non radiologiche utilizzate sono l’elettromiografia (utilizzata per la valutazione delle componente nervose interessate) e gli esami ematochimici (in particolare per quanto rigurda le patologie reumatologiche).

    Terapia

    Il trattamento varia in base all’eziologia, alla durata e alla gravità dei sintomi e consiste in trattamenti:

    • Farmacologici: i farmaci analgesici sono la terapia di prima istanza, a volte somministrati anche prima di effettuare esami diagnostici, e in base alla gravità del dolore si distinguono analgesici non oppiodi, adiuvanti analgesici (antidepressivi e anticonvulsivanti) e analgesici oppiodi.
    • Chirurgico-interventistici: sono possibili diverse tecniche conservative e procedure interventistiche a basso indice di rischio e di facile attuazione, che possono risolvere le situazioni di dolore acuto altrimenti non curabili con i farmaci e stabilizzare la colonna vertebrale in caso di crolli o ernie.
    • Fisioterapici

    Le tecniche conservative consistono in:

    • neurostimolazione spinale
    • infiltrazione paragangliare e periradicolare di aanalgesici

    Le procedure interventistiche per il trattamento delle ernie discali consistono in:

    • Discectomia Percutanea: permette la parziale frammentazione ed aspirazione del nucleo polposo con la conseguente riduzione volumetrica e decompressione delle radici.
    • Nucleoplastica: è una procedura percutanea indicata nelle erniazioni discali contenute, ovvero senza la rottura dell’anulus fibroso che tramite un ago-elettrodo utilizza un’energia bipolare a radiofrequenza, che permette l’ablazione del tessuto del nucleo polposo.
    • Ossigeno-Ozono terapia: ha il vantaggio rispetto alla tecnica precedente nella possibilità di trattare anche dischi che presentano fissurazioni dell’anulus. Utilizza una miscela costituita da Ossigeno (O2=97%) e Ozono (O3=3%) che permette di disidratare il nucleo polposo erniato o comprimente i fasci fibrosi anulari, riducendo così la pressione esercitata sulle radici nervose e sul midollo spinale.

    Le procedure interventistiche per il trattamento delle fratture vertebrali consistono in:

    • Vertebroplastica percutanea: riduce il dolore spinale e rafforza il corpo vertebrale, ma non ripristina la morfologia del soma e l’allineamento del rachide
    • Cifoplastica: comporta l’insufflazione di cateteri a palloncino all’interno del corpo vertebrale collassato per ripristinarne l’altezza, prima della stabilizzazione con cemento osseo.

    Altre procedure:

    • Cementoplastica: tecnica percutanea simile alla vertebroplastica è utilizzata nelle localizzazioni secondarie da malattia o nelle neoplasie primitive osse dolorose di tipo osteolitico.
    • Radiofrequenze: tecnica che utilizza una corrente pulsata, per mezzo di un piccolissimo ago-elettrodo inserito all’interno dell’articolazione per “stordire” le terminazioni nervose che trasferiscono al cervello la sensazione dolorosa.